Snuff: dall’inglese, soffiare lentamente. Termine del gergo pornografico attribuito negli anni settanta ad una categoria di filmati, per lo più amatoriali, in cui l’attore-protagonista muore dopo essere stato sottoposto ad una serie di torture sessuali.

Gang bang (Snuff, nella versione originale) racconta dell’ultima volta in cui la vita fotte Cassie Wright, ex-stella del porno, che decide di tronare a sfondare per l’ultima volta facendosi sfondare da seicento uomini. Ammucchiata storica. Record mondiale. Mai raggiunto. La più grande gang bang della storia si trasforma in uno snuff movie. Così sceglie di morire Cassie Wright. Una scelta estrema, splatter, ma romantica se si considera che tutto il ricavato da questo pezzo di pornografia che rimarrà imbattuto verrà lasciato al figlio dimenticato da Cassie. Quello dato in adozione. Quello venuto fuori dalla figa in cui tutti per il resto della storia desideranno entrare. Perché sì, non ha senso trovare il bambino perduto e cercare di costruire una famiglia. Dopotutto che importa se per il mondo non sei più un cazzo? Per essere ricordati vale la pena morire e farlo in gran stile. Perché non morire se facendolo puoi rimediare a tutti i tuoi errori? Anche ad una gravidanza accidentale. Una di quelle che avvengono sui set porno. Se immolandoti puoi assicurarti uno showdown coi controcazzi e rendere tuo figlio così ricco da rimediare a tutto quello che per colpa tua ha dovuto passare, perché non farlo? Dopotutto è abbastanza ripiugnante pensare che centinaia di uomini sono venuti guardando il tuo concepimento, no? Tanto vale ricavarne soldi.
Chiamtemi come volete, ma che senso ha? Che senso ha costruire quel morbo che chimano famiglia?Non si tratta di un nido o di un’accogliente focolare. E’ piuttosto una tomba piena di cenere che discende da Adamo ed Eva. E questo Cassie lo sa. Chiamatela come volete, ma non stupida. Qualcosa avrà imparato a furia di prenderlo in culo (come una furia). E davvero non si può dire sia mai esistito qualcuno che sia stato fottuto più di lei.
“Cassie Wright sa che qualsiasi uomo, nell’istante in cui ti rendi disponibile, comincia a darti per scontata. Forse, la primissima volta che lo incontrerà, suo figlio le vorrà bene. Ma già la seconda comincerà a chiederle soldi. La terza, un lavoro, un’auto, una dose. La incolperà di tutto ciò che è andato storto nella vita. La farà a pezzi, le rinfaccerà ogni errore che lei abbia mai commesso. Se non otterrà ciò che vuole le darà della puttana. No, la signora Wright sa benissimo che l’amore non c’entra niente…”
Cassie lo sa. Che l’amore non è mai vero. E che quando lo è, è fragile e temporaneo. Brevissimo. Cassie lo sa. Che l’amore è un ormone. E’ serotonina. E la serotonina non dura più di tre anni nel cervello. Ok, forse questo Cassie non lo sa. Per lei l’amore sarà come il più lungo degli orgasmi multipli e non si sbaglia. Puoi vederla come vuoi, ma una cosa è certa. L’amore non può salvarti da te stesso né quelli che “ami” dal male che puoi fargli. Non c’è reazione chimica che possa contraddirlo. O scopata che possa farti cambiare idea. Nemmeno seicento scopate possono smentirlo.
E’ la famiglia che determina la tua fine. Il posto in cui nasci e cresci è una proiezione del modo in cui persici e schiatti.
L’assitente personale di Cassie, il numero seicento, il settantadue e il centotrentasette raccontano dell’ultima volta in cui la vita fotte Cassie Wright. Alla corte di questa Messalina del ventunesimo secolo ci sono tutti. Un figlio del porno, l’uomo che ha messo fine alla vita di Cassie e una persona che vuole vendicarsi del genitore. Tutti vogliono poter vendere la copia di gomma del proprio cazzo e scriverci alla base, Questo è il cazzo che ha ucciso Cassie Wright.
Sì, è proprio uno snuff movie su carta. Il punto è che quella a morire non sarà Cassie. Anche dopo aver finito il libro, sfogliando le pagine al contrario potrete vederla in” Sborra a casa, Lassie” o con le gambe aperte per un gruppo di marziani in “Ai pompini della realtà”. A pagina novantotto Cassie sarà ancora sul set di “L’importanza di chiavarsi Ernesto” e “ Il Codice Dai Spingi” resterà il prono-thriller che ha messo in ginocchio il Vaticano(proprio in QUEL senso). La vera vittima dello snuff di Palahniuk, non è Cassie Wright.
Ad essere torturati ed infine a morire sarete voi e ciò che di voi è legato al concetto di famiglia.
Scena. Sono alla Feltrinelli. Giro per scaffali. Cerco qualcosa che non so cosa sia.
Per me è come un tempio. Un posto dove poter ricevere ispirazione o guida.
Per me.
Mi capita di origliare i discorsi di qualcuno. Fantasticare sull’intellettualoide che mi è passato accanto e che mi sta sorridendo alzando lo sguardo dal libro di poesie di Lord Byron. E’una sorta di wonderland.
Per me.
Poi capitano le cose che per fortuna ti riportano alla realtà perché mi capita anche di sentire:
Hai letto l’ultimo libro di Moccia?
Perché ancora non si è buttato da Ponte Milvio dopo essersi attorcigliato attorno al collo quei kilometri di lucchetti?
Uh, guarda, Stendhal ha scritto un libro. Sarà sulla sua malattia…
No, ma siete malati voi.
Il mese scorso ho comprato il libro SUL Ritratto di Dorian Gray(film). L’ho lasciato a metà, il film è più bello.
Il mio battito cardiaco dopo aver sentito tale nefandezza:
Stasera la scena a cui ho assistito è stata la seguente:
Amore, come si chiamava?
Chi?
Il libro.
Non mi ricordo.
E chi l’ha scritto?
Chiruoc(?)
Kerouac forse?
Aspetta, vediamo sotto.
Ma non c’è.
Decido di prenderlo io così almeno me li sarei tolti dalle palle. Chiudo il libro che stavo leggendo. Il sentiero dei nidi di ragno. Calvino. Calvino? Alzo lo sguardo. Calvino. Carducci. Coleridge. Conrad.
Sto per svenire.
Amore, ma non è che non è scritto con la C?
Non respiro. Poso il libro e scappo.
Ma è possibile? Mi appoggio con una mano al primo scaffale. Alzo lo sguardo. Chuck Palahniuk, Soffocare. Sì, esatto. Ma sono ancora vicini. Devono averlo trovato perché sento:
Sembra bello, ma secondo me dovresti prendere qualcos’altro. Tipo quel libro sul videogioco che ti ho regalato.
Sì per favore, dalle ascolto. Sal Paradise non può finire nelle tue mani.
E poi costa anche di meno. Questo costa dieci euro. Ma perché certi libri costano così tanto?
Perché dieci euro per un libro sono tanti?
No comment.
“Rappresentante della beat generation…”. Aspe’ che è?
Bit generescion. Tipo ‘na cosa del dopoguerra.
Sì, quelli che non si lavavano e giravano nudi e fumavano l’acido.
Cooosaaaaaaaaa???? Magari avete fumato voi prima di venire qui. Anzi, magari fosse così, avreste un decimo di giustificazione per le cazzate che dite! Quelli poi sono gli Hippies e comunque l’acido non si fuma. Ma mi chiedo, di cosa siete fatti? Cioè, cos’è che vi rende ciò che siete? Perché non sapete un cazzo? Su cosa si basa la vostra esistenza? Chi sono i vostri modelli?
Anzi, no facciamo così. Non voglio nemmeno saperlo. Per carità. A volte mi chiedo ancora come facciano ad esistere soggetti del genere. La verità è che io sono una persona così marginale.
Che avranno loro da raccontare oltre un guazzabuglio di luoghi comuni? Da trasmettere oltre a un caleidoscopio di banalità? Almeno io so che Stendhal non è importante per l’omonima sindrome, so che i poeti Beat consideravano il viaggio come catarsi dell’anima e rincorrevano il sole che tramontava sulla highway su cui correvano le loro Chevrolet come fosse il Dio che stavano cercando. Era una reazione al neonato consumismo dell’epoca.
Eppure sapere tutto questo è banale. Che racconteranno quei due ai loro figli? Già perché LORO possono crescerli i figli. Solo perché sono eterosessuali. Che importanza ha se hanno una cultura da reality show?
Ah, e giusto per la cronaca, il dialogo si è concluso così.
Vabbeh, non lo compro. Devo finire Twilight.
Già me li immagino. Circondati dalla prole. In futuro il mondo sarà popolato da tante Bella Swann e vampiri glitterati. Perché la pelle che sbrilluccica è proprio maschia!
Forse avrò la fortuna di non vivere attraverso qualcun altro. Qualcun altro generato da me intendo. Per adesso non voglio essere causa di ciò che è o non è un ragazzo. Non voglio essere genitore. Non voglio vivere attraverso il mio prossimo.
Meglio vivere sulla propria pelle e su quello che ne resterà . Soprattutto se ciò che resterà sarà cellulosa sporca d’inchiostro.
E se quella cellulosa sporca mi eternerà allora non sarò stato così banale.
Ma è tutta una cazzata.
Negli episodi precedenti di ” La mia vita è un banale-stereotipo-a-differenza-delle-altre”:
Rachel: Vuoi sposarmi?
Mona: Cosa?
Rachel:Vuoi sposarmi?
Mona: Perché me lo chedi così? Ci sarebbero dovute essere dozzine di orchidee bianche. E fragole amare. Avresti dovuto indossare un vestito da elfo. E avresti dovuto convincermi a mettere quel vestito blu che mi lascia la schiena scoperta. Volevo metterlo perché mi aspettavo sarebbe successo qualcosa del genere.
Pensavo avresti curato questo momento nel minimo dettaglio. Perché è così che fai le cose. E’ così che fai queste cose. Tu. Io sarei dovuta essere sorpresa, ma non troppo. Mi sarei aspettata una cerimonia. Insomma l’avrei capito se avessi fatto così. Cioè come fai tu le cose. E ora non so. Non so che dire, cosa risponderti. Cioè non so perchè tu l’abbia fatto così. Perché? Cioè… perché farlo così? Non fai così tu. Giusto? Credevi l’avrei odiato, vero? Avrei odiato la tua cerimoniostà. Il tuo rendere questo momento unico e indimenticabile e disneyano in un modo disgustosamente e insostenibilmente insopportabile e diabetico.
L’avrei odiato. Quindi perché?
Rachel: Perché avresti odiato ricordare questo momento come una cosa in mio stile. Quindi lo faccio come vorresti tu.
Mona: Sì, ma non è come lo faresti tu.
Rachel: Ma io voglio solo sposarti. Voglio te per come sei. Quindi chiedo di diventare tua moglie come tu vuoi che sia tu moglie. Vuoi sposarmi?
Mona: No.
Sono arrivata ad un incrocio. Sono caduta sulle mie ginocchia. Una donna vestita di bianco si è chinata ad asciugarmi le lacrime. Mi ha promesso che non sarei stata più così male. Che se solo l’avessi voluto avrebbe leccato le mie ferite. Avrebbe potuto lavare via i lividi dalla mia pelle.Non avrei più pianto, né sarei stata triste. Non sarei mai più stata sola. Mai più. Sarei stata amata. E avrei amato. Felice. Per sempre.
Mi sono alzata e le ho detto “ Ma vaffanculo! Che cazzo di diavolo sei? Chi cazzo si vende l’anima per queste stronzate? E chi cazzo le vuole?” Mi sono alzata e ho pensato che nemmeno l’inferno era un posto che andava bene. Di tornare in chiesa non se ne parlava. Dio era morto o se ne stava su un’isola abbandonata a trombarsi la Monroe o Jim Morrison per quello che mi riguardava. La gente non se ne rendeva conto e pregava lui e lo spirito santo e Maria( senza capire che la madre e la prosituta fossero la stessa persona) e Gesù. Ma non capivano. Non capivano. Per voi è più facile credere che un uomo figlio di dio e di una vergine resusciti o che un uomo, un uomo qualsiasi, dopo la morte diventi uno zombie? Quello che non capivano era che così stavano le cose. Avevano un messia-zombie.
Ma avevano una fantasia troppo fertile per vedere la verità.
Soprattutto non capivano che ciò in cui credi è reale finchè esiste nella tua testa. E’ la testa che conta. Io questo lo avevo capito e mi ero trovata lo stesso un demone all’incrocio che mi chiedeva l’anima in cambio di amore. In cambio di una vita senza sofferenza . Probabilmente non ero cinica e disneyanamente sterile come credevo. Ho fatto sesso con la donna vestita di bianco. Il demone all’incorcio di quella canzone blues di Robert Johnson. Lui cantava di un uomo all’incrocio. Dopo essersi inginocchiato ai suoi piedi gli lasciò tenere in mano la chitarra che non era così bravo a suonare. Da quella notte divenne il più grande musicista blues che sia mai esistito. Il patto era suggellato. Aveva le ore contate e l’anima condannata alla stessa dannazione da cui il patto l’aveva liberato.
Ho fatto sesso al centro di quel crocicchio desolato. Aveva una pelle così levigata da essere tagliente. Odorava di rose e di miele, ma anche di cenere e di mele marce. E’ stato vero sesso, anche se a volte avevo l’impressione di essere sola. La donna vestita di bianco faceva esattamente ciò che desideravo facesse. Toccava ciò che volevo, nel modo in cui volevo esattamente quando volevo. Avevo solo bisogno di pensarlo.
Al culmine del piacere ho sentito l’universo convergere ed entrare in me. Era ovunque. Passava attraverso i miei occhi, la bocca e le mie orecchie. Era la donna vestita di bianco ed era l’intero universo. Ero io che pensavo lo fosse. Ero io che lo volevo. La creazione esplose in me. Doveva essere così che era nato il primo uomo. O forse quello zombie che i follli oppiomani adoravano. Ero in un altro luogo, un luogo dove forse nessuno era stato prima. Ero fuori dall’universo perché lo contenevo.
E sì, faceva schifo.
Quando riaprii gli occhi ero sola. Non c’era nemmeno il vestito bianco su cui credevo la donna-diavolo mi avesse fatta adagiare. Era successo. Nella mia testa. E Questo lo rendeva solo più reale.
Non sapevo cosa avevo fatto. Non sapevo per cosa avessi venduto la mia anima. Non avevo un particolare desiderio. Avevo solo fatto sesso con un demone e non riuscivo a pensare ad un solo motivo per cui avrei dovuto pentirmene. Mi alzai e tornai da dove ero venuta. Nuda. Incurante. Con la pelle unta e sporca di polvere. I calpelli bagnati di sudore attacati sul viso e sulle spalle. Puzzavo di terra e di piscio. Sotto le unghie delle mani c’era una sostanza limacciosa e marrone e le dita erano sporche di sangue e sentivo quell’odore mordace e nauseante su tutto il mio corpo. Non me ne sarei mai liberata.
Sentivo freddo, ma non avevo bisogno di coprirmi. Sentivo il dolore dei fili d’erba che si strozzavano quando li calpestavo e il mio cuore non era l’unico a battere. Non avevo bisogno di respirare, ma la corsa mi provocava lo stesso affanno. Sentivo i miei piedi calpestare la polvere e avevo la sensazione di venire calpestata io stessa. Sentivo i miei passi e non solo quelli.
I Titani calpestavano di nuovo al terra. Gli Dei sarebbero tornati.
E sarei stata punita per quello che avevo fatto a Rachel.
Perché in realtà le avevo detto sì. Le avevo detto che volevo sposarla. Mi baciò, mi abbracciò.
E mi disse che ci saremo amate.
E saremo state felici.
Insieme.
Per sempre.